venerdì 27 aprile 2012

I "pensiunà"

vecchietti
"Su e giù"... per il pianoro
Questa mattina ho perso almeno dieci minuti in fila in auto. Non c’era la solita coda: probabilmente gli altri autisti, come hanno visto lui svoltare di lì, hanno capito e sono stati più svelti di me a prendere un’altra strada.
Davanti a me ce n’era uno solo: un “pensiunà”. Solo loro sono capaci di occupare, da soli, 10 corsie di un vicolo a senso unico.
Quello di questa mattina era in bicicletta. Assolutamente IN-sorpassabile. Le ginocchiette a punta sporgevano perfino dall’asse del campanello del manubrio. Il cappellino a tesa larga toglieva qualsiasi visuale, per non parlare della Gazzetta sotto il braccio. Il nasino un po’all’insù era in pieno centro di una faccia beata.
A guardare la mia, di faccia, con il solito aldosterone impazzito che attivava la solita ansia-da-ritardo producendo una smorfia contratta quasi di dolore fisico, sorge spontanea la domanda: chi dei due è il più “figo”?
Sabato scorso, mentre bighellonavo con un figlio perdendomi in bicicletta nei boschi brianzoli, ne ho incontrati diversi. Il più buffo viaggiava con la moglie: pantaloni alla zuava di velluto a coste e bretelle, bastoncini da passeggio, calzini bianchi e scarponcini allacciati col fiocco. La moglie aveva la borsetta. Entrambi avevano lo stesso cappellino da giovane alpino. Li ho incontrati a 300 metri di quota, naturalmente: l’altitudine eccessiva può essere dannosa per le coronarie. Meglio essere prudenti…!
Poi li incontri al parco, alla mattina: sono generalmente tutti uomini, stanno attorno all’unica panchina che ospita i più malfermi, gesticolano sventolando la Gazzetta e parlottano di politica e dei vecchi tempi del Duce.
Oppure li incontri in fila ai prelievi di sangue: ricordo che quando avevo i figli piccoli, eroicamente, sopravvivendo ad imprese inenarrabili e intoppi di ogni genere, riuscivo ad uscire di casa giusto un nanosecondo prima di trovare chiuso lo sportello e davanti a me c’era, ovviamente, la sala d’attesa piena zeppa. Il mio numero di attesa era sempre a tre cifre. I primi della coda sono sempre loro: età anagrafica superiore ai “tanti-anta”, parlottano tra loro con accento dialettale e confessano di essere un po’in ansia perché non sono sicuri se, alle nove del mattino, troveranno ancora il loro pezzo di pollo preferito alla bancarella del mercato.
Gli ultimi a popolare la sala d’attesa sono invece le mamme, che non sanno più cosa inventarsi per tirar giù il pargolo dai posti più improbabili o per tirar fuori dalla bocca degli junior le schifezze più atroci apparse magicamente da chissà dove.
E questi ottuagenari sono tremendamente simpatici e sono perfino capaci di farti sorridere di fronte al fatto che Andrea, questa mattina, sia arrivato in ritardo a scuola: che saranno mai cinque minuti di ritardo? Quando avremo novant’anni come loro, chi se ne ricorderà più?
Altri invece sono decisamente più scorbutici e ieri non ho resistito: gli ho fatto una linguaccia (era il modo più “carino” per esprimere il mio disappunto);. secondo loro i ragazzi sono sempre molto maleducati, ai loro tempi era diverso, oggi non c’è più rispetto e tutta la loro contrarietà scaturisce dal fatto che ne vedono un paio giocare a pallone rovinando le aiuole del parco.
Tutto sommato, se oggi viviamo in un mondo impietosamente inquinato e popolato da una società che è…”questa” società, cioè un masigotto indistricabile di tutti i problemi possibili, probabilmente qualche responsabilità l’avranno pure loro.
...O no?
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