lunedì 9 aprile 2012

Il XXI secolo e l'ansia da ritardo

figli
I componenti della famiglia Felice

Ciao.
Ve lo ricordate quando erano piccoli? Tutto era sempre complicatissimo: ad esempio, si scatenava un vero e proprio tsunami ogni volta che si usciva in inverno per farli giocare con la neve; a chi non è mai capitato di essere madido di sudore dopo aver conquistato il pianerottolo con tutti i figli piccoli muniti di tute da neve, pannolino di cambio, biscotti e vari generi di confort, cappello, guanti e scarpe coincidente al numero di mani e piedi, ritardo astronomico… e al momento di ritirare le chiavi dalla toppa, il più piccolo, con una smorfia di soddisfazione ti fa capire che il suo intestino è finalmente libero e devi rientrare per ricominciare tutto da capo…?
Bene.
Ora sono più cresciuti e l’ansia da ritardo cronico è forse peggiorata. Non essendo ancora maggiorenni, occorre scarrozzarli dappertutto per le loro mille attività varie, i loro mille sport e i loro mille interessi; nonché gruppi sportivi/gruppi musicali/gruppi scacchi/gruppi scout/catechismi/aggregazioni più o meno ludiche o passatempi vari. Quindi si passano i pomeriggi nel “taxi” a recapitar figli. È l’attività frenetica pomeridiana del vieni-vai-e-porta.
Il cellulare, che mi consente di essere connessa al resto del mondo anche in coda al semaforo eterno dell’incrocio di via Rovagnani, è l’ultima ancora di salvezza che mi consente di non diventare matta nell’ansia del perenne ritardo. Quando piove, poi, i tempi di attesa si allungano esponenzialmente aspettando che al tizio davanti (in genere un uomo) passi lo shock da velocità e provi pure ad accelerare prima del milionesimo rosso; in genere l’auto davanti rimane la prima auto della coda interminabile del semaforo; lo si può intuire già un bel po’di semafori prima, dal suo lento e indolente accelerare quando scatta il verde e da una serie di indizi inequivocabili: cappello in testa/età/posizione delle mani sul volante/modo di gesticolare, con movimenti ampi, rivolto al tizio seduto di fianco mentre si intuisce che stia piacevolmente conversando (beato lui!)/… Avete in mente bene la sensazione che si prova quando quell’auto, davanti a noi, si ferma al giallo, bloccando l’accesso all’incrocio di tutta la coda dietro? Le ghiandole surrenali iniziano una produzione record di aldosterone, le pulsazioni salgono a manetta e in qualche raro caso compaiono anche piccole manie ossessive-complusive; quest’ultima variante dipende principalmente da due fattori: 1) l’orologio sul cruscotto, la cui indifferenza nel procedere ci sembra spietata e implacabile e 2) da quante tappe sono ancora da depennare nella lunga lista del percorso.
Le telefonate che si compiono in auto mentre si è preda da ansia-da-ritardo sono le solite: “Sono all’incrocio, comincia a scendere e ricordati di chiudere a chiave”, “Mi scusi, siamo bloccati nel traffico ma stiamo arrivando”, “A che punto sei con storia? …perché sto venendo a prenderti” e altre piccole varianti sul tema. Su questi messaggi, non molto densi di trama e significato per la verità, le compagnie telefoniche fanno grassi affari in un Paese con poche infrastrutture, pochi mezzi pubblici e dove ben poco sia a portata di mano.
Naturalmente avrei da aggiungere almeno un milione di osservazioni sul nostro Paese e sulle sue infrastrutture, ma per vostra fortuna, sono ancora una volta in ritardo, non per via della coda in auto ma a causa dell’ora di pranzo: le pance di tutti i Bertoni, soprattutto quelli in crescita, sono la prima causa della produzione di aldosterone connesso ad ansia-da-ritardo di questo momento. Quindi, per vostra fortuna, smetto il brontolìo ancora prima di incominciare e attendo che qualcuno di voi mi sostituisca mentre spignatto e soffriggo. Tema libero: i figli/il marito/il nostro Paese/i nostri politici/il capo/il lavoro-che-non-c’è….
Buon tutto e alla prossima.
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