mercoledì 2 maggio 2012

….Lo sentivo che non era la giornata più adatta!



poco raccomandabili
bassifondi
Ieri sentivo che non era la giornata più adatta.
L’ho ripetuto più volte che sarebbe stato meglio stare a casa sentendo il Tuc-Tuc della pioggia sul tetto della mansarda. Copertina… divano…ciabattoni… Libro e tisana calda.
Ve lo ricordate? L’ho detto anche a voi…!
Ma no: dovevano a tutti i costi andare a fare trial perché altrimenti, secondo loro, sarebbero successe tante di quelle cose così tremende che, tutte assieme, avrebbero sicuramente aumentato l’entropia planetaria al punto che sarebbe esplosa qualche super nova con gravi danni all’umanità. E di fronte ai danni all’umanità…
Carico la bici numero uno sul porta bici (questa volta sono stata bravissima: l’ho caricata “dopo” la trave in cemento armato, evitando il consueto “BAM” su quel pezzo di soffitto più basso). Poi passo alla bici due. Poi smonto tutto perché mi accorgo che il rinforzo in basso del portapacchi è montato capovolto, ma anche questa mezz’ora è già in budget sotto la voce “varie ed eventuali del montaggio bici”.
Poi dobbiamo salire tutti di sopra perché tutti noi abbiamo lasciato mediamente 4 cose fondamentali a testa davanti alla porta, con l’idea che così sarebbe stato impossibile lasciarle a casa. Pur sentendomi un po’fissata, lego le bici già montate sul portabici con un lucchetto (quello di costo “medio”, per il quale non basta il tagliaunghie per reciderlo).
Quando riscendiamo vediamo che della bici “due” non c’è traccia; in compenso è rimasto il lucchetto reciso a metà a penzoloni.
E a questo punto, il boato di urla rabbiose che avete sentito ieri, da qualunque posto voi eravate in quel momento, era il boato delle urla di Abi, visto che la bici “due” era proprio la sua.
Abbiamo provato ad andare ai vigili del quartiere ma evidentemente era il primo maggio anche per loro; abbiamo telefonato alla polizia nazionale e ci hanno risposto che avrebbero provveduto a passare la segnalazione ai vigili di quartiere. In pochi secondi ci siamo trovati con la telefonata già conclusa e nulla di fatto.
Per superare la frustrazione avevamo bisogno di fare qualcosa che ci sembrasse più produttivo e ci siamo suddivisi per scandagliare ogni angolo del paese, frazioni e dintorni compresi, con istinti vagamente primordiali e bellicosi; probabilmente speravamo di trovare un mite signore sulla nostra bicicletta che gironzolava a passo d’uomo e che si sarebbe scusato per il terribile equivoco…
Non abitiamo in un quartiere particolarmente malfamato; anzi, le case sono abbastanza carine e ci sono anche diverse villette con giardino. I “ccciovani” che vedo in giro sono quelli un po’scanzonati che frequentano i miei junior e che, tutto sommato, non mi sembrano producano danni gravi alla società. Eppure, quando cerchi di entrare nei bassifondi di un quartiere, pur non sapendo da che parte incominciare a cercare, dopo pochi minuti scopri che esiste una fauna e un sottobosco che non avresti mai immaginato. L’idea era quella di fermare chi, almeno in apparenza, poteva “saperla lunga” e offrirgli un premio in cambio della “mia” roba, qualora fosse stato così “sceriffo” da ritrovarla.
Sulle prime confesso che non mi sentivo tanto baldanzosa dall’idea di fermare gruppi di ragazzoni strabordanti di muscoli e tatuaggi; poi, ci ho preso la mano e dopo un tot, confesso che ormai la tiritera del premio la sapevo a memoria.
Non credo di aver centrato il bersaglio del vero “abitante del bassofondo” o, tanto peggio “frequentatore abituè di ladri di professione”, perché mi sono attenuta allo stereotipo. In quel momento, l’individuazione del gruppo “cciusto” di ragazzi era basata sui soliti requisiti: vestiti neri e attillati dai quali fuoriuscono rotolini di muscoli, variamente addobbati da vari piercing e tatuaggi; un linguaggio che somiglia il meno possibile all’italiano salvo, nel migliore dei casi, un loro dialogo in cccciovanese-stretto, basato su poche frasi ripetute: “Ehi, fratello!… Bella zia!…”
Casco nero di un motorino nero per le figure più losche; bici sgangherata, per le “vie di mezzo” e gente a piedi o seduta su un muretto per le facce forse più raccomandabili.
In realtà, superando il primo impatto del saluto rivolto a me, secondo lo standard “Ciao zia”, “Ciao bella”, “Ma chi ti ha mandato? Il Gino?”, ho avuto modo di scoprire che, dopotutto, sono ragazzi simpatici e con solo un tubo di voglia di studiare o di stare alle regole del gioco. Ma su questo abbiamo molto in comune: neanche a me piacciono da impazzire le regole del gioco di questa società, dopo tutto!
Non credo che le mie promesse di elargire premi per asciugare i lacrimoni del mio bambino senza la sua bici produranno grandi effetti. Probabilmente avrei dovuto lasciar perdere lo stereotipo e cercare nelle villozze dietro casa, nel garage dei giovani rampolli per bene col papà industriale.
Comunque io lo avevo detto: ieri, invece di vagare sotto il diluvio a cercare inutilmente di recuperare la bici, sarebbe stato tanto meglio divano copertina e libro…!
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