venerdì 31 agosto 2012

Gli svizzeri usano il compasso per fare i buchi nel formaggio?

Mucche
Gli svizzeri nutrono una vera passione per i cartelli “verboten”.
Verboteggiano su tutto e, dove il cartello manca,
c’è comunque un elenco di regole e comportamenti da tenere.
Giretto in Svizzera. Lo stereotipo, nel caso della Svizzera, non solo è fedele alla realtà, ma talvolta è perfino più generoso di quanto si potrebbe immaginare.
I fiorellini nelle aiuole pendono miracolosamente tutti con la stessa identica inclinazione; signori sorridenti e con la tuta da giardiniere curano i sentierini nel bosco riordinando i fili d’erba spettinati che, impertinenti, osano chinarsi sull’asfalto curato del sentiero in salita. Perché molti sentieri nei boschi svizzeri sono asfaltati. Probabilmente sarebbe comodo per chi, come me, gira in bicicletta, se non fosse per il fatto che un cartello “bike verboten” sbarra la strada. Gli svizzeri nutrono una vera passione per i cartelli “verboten”. Verboteggiano su tutto e, dove il cartello manca, c’è comunque un elenco di regole e comportamenti da tenere. C’è un pensiero che mi infastidisce parecchio, mentre mi sento un po’stracciona e fuori posto, slalomando tra i loro cartelli “verboten”: è il pensiero che mi fa guardare con un po’di sospetto le loro banche blindatissime e che riguarda la provenienza di tanto loro agio… In ogni modo, i cartelli in Svizzera sono ovunque: cartelli con i nomi delle strade, con i nomi dei sentieri, con il numero civico del fienile. Purchè ogni bivio abbia il suo cartello, si accontentano di piantare due frecce in direzioni divergenti, senza alcuna indicazione sopra. Giuro: l’ho visto! In questi cartelli raramente ho notato qualche suggerimento sul tempo di percorrenza. Probabilmente perché uno svizzero non reggerebbe l’idea di inserire un’indicazione approssimativa e nessun buon cittadino oserebbe percorrere un sentiero impiegando un minuto di più o un minuto di meno rispetto alla cifra scritta sopra il cartello indicatore. L’assenza dei tempi di percorrenza non è una mancanza da poco, a meno di non essere dotati di costosissime cartine svizzere, pagate con costosissimi franchi svizzeri, dalle quali, attraverso qualche calcolo sulle curve di livello e poche facili equazioni, si può dedurre l’incognita “tempo”.
Un’altra cosa che non ho visto spesso in giro sono le fontane. Non è la siccità il problema: nessun laghetto svizzero o torrente svizzero oserebbe ridurre i suoi confini prestabiliti e segnati premurosamente sulle cartine, per un motivo banale come la siccità. Credo che il motivo sia da ricercare nei… “ristori” (quello che da noi si chiama “rifugio” è fatto diverso!). A 3mila metri di quota, quando la gola è completamente rinsecchita per sete, fame e fatica, appare come un miraggio un grand hotel con terrazza panoramica, tavoli da bar protetti da enormi vetrate frangivento, una stazione ferroviaria del trenino a cremagliera, un tizio che suona il corno e signorine in costume che girano tra i tavoli con un panciuto e tintinnante borsello in cuoio appeso in cintura. Pensando ad un miraggio dei più fantasiosi, si impegnano le ultime energie per correre in bagno pensando di prosciugare le sorgenti. Se la porta del bagno non è a gettone, riusciamo ad entrare e per associazione di idee pensiamo al bagno di casa nostra, ripromettendoci di tenerlo un po’più in ordine e pulito; poi però, quando sentiamo il profumo insistente che proviene da folti ciuffi di lavanda appena colta ci arrendiamo, pensando che tanto non saremo mai all’altezza di un bagno svizzero e cerchiamo finalmente il refrigerio del primo rubinetto libero. Ovviamente il cartello che comincia con “Verboten” e che esprime in tutte le lingue (tranne l’italiano) il concetto che quella non è acqua potabile ci infastidisce un po’, mentre si cerca disperatamente la cellula fotoelettrica che fa scendere l’acqua in automatico. Ci si arrende e si passa ai tavolini del bar, in cerca di qualcosa da bere e da mangiare, contando gli spiccioli che sono sempre in numero troppo esiguo rispetto a quanto le papille gustative sono già predisposte a sognare. Si scopre subito che la “birra piccola” corrisponde ad una tanica da due galloni e che costa molto meno dell’acqua minerale, quindi si cerca qualcuno che ci confermi con certezza che, tutto sommato, anche a nove anni un buon bicchiere di birra possa andare benissimo. In questo modo la gola non è più rinsecchita ma sono prosciugate le risorse economiche, quindi si può procedere per il ritorno. La discesa è un po’più facile e si ha occasione di cogliere il dettaglio che, se non fosse per il chiasso esagerato dei tuoi figli, in Svizzera sentiresti i boschi parlare con il cinguettio delizioso degli uccellini; appena si riesce ad allontanarsi dall’inquinamento acustico prodotto dalla prole italiana, si vedono riapparire gli scoiattoli terrorizzati e molti altri animali che si pensava vivessero solo nei cartoni animati del film Bambi. E questo ambiente assolutamente magico riesce a distrarci dai fastidi dei cartelli e delle spese della giornata. All’arrivo però, con orrore si scopre che dove abbiamo parcheggiato l’auto c’è un omino con il solito panciuto e tintinnante borsello di cuoio appeso in vita che aspetta solo i nostri ultimi spiccioli sopravvissuti.
Entrando in auto (che riconosci perché è l’unica punto color topo in mezzo ad un deposito di Mercedes e BMW gialle e arancioni) ti riprometti, come è già successo con il bagno del grand hotel, che almeno la terrai un po’più pulita.
Varcando il confine non si può sbagliare: i guard raid acciaccati e arrugginiti e la linea di sorpasso sull’asfalto che, quando c’è, sembra essere vagamente storta, ci fanno pensare che la direzione verso il Bel Paese è quella giusta. Anche in caso di nebbia fitta.
indicazioni
Voi non ci crederete, ma avendo scommesso con un amico
in merito all’esistenza di questi due cartelli,
m’è toccato tornare in Svizzera a rifare lo stesso giretto, apposta,
per portarmi a casa questa foto.
Questa volta pioveva, quindi la foto non è un gran chè…

Posta un commento