venerdì 17 agosto 2012

Versione LOB (Libro-Ombrellone-Bibita) o versione NaSA (NAtura Selvaggia e Avventurosa)?


vacanze
L'ozio in vacanza
C’è un sacco di gente che la vacanza la sogna pensando a lunghissime dormite sulla sdraio con bicchiere di bibita, libro, ombrellone e profumo di piadina calda. L’attività più frenetica prevista è lo zampettare sulla sabbia bollente tra un’isola d'ombra e la successiva per raggiungere il chiosco “bibite & pizzette”. E in questi casi è facile: l’ozio non è un’attività particolarmente impegnativa e, con un piccolo budget, i camerieri sono fatti apposta per appagare ogni esigenza di questo tipo. Rimane, come unico grande problema da risolvere, la scelta del buon libro o della rivista da portarsi nella borsa da spiaggia. Meglio se il libro è anche un po’soporifero, in modo da… accelerare i tempi! Se in cinque o dieci righe l’obiettivo è già raggiunto, allora il libro è quello giusto.
Io no. Io quando ho più di un muscolo inattivo inizio ad avere un surplus di adrenalina che mi devasta il cervelletto. Se passo più di due minuti di inattività mi si arricciano i nervi e divento ancora più insopportabile del solito (a meno che l’inattività sia una faccenda “contemplativa”, che includa un buon bicchiere di limoncello da stringere tra le dita). E la cosa tragica è che le attività che prediligo non sono attività che trovi dietro ogni angolo, ma necessitano almeno un pizzico di avventura. Niente pizzi e ricami, niente biscottini al forno: traversate, risalite, percorsi sono le occupazioni che mi accendono; quindi non mi basta fare un salto al super per fare il pieno di lievito e farina, o una gita fino l’edicolante all’angolo per tornare soddisfatta con enigmistica e giornale.
Quello che in genere mi occorre comprende una lista un po’più complicata: mi serve un promontorio che si affacci su un ampio golfo blu e mi permetta di controllare la situazione dall’alto; possibilmente un torrente fresco con qualche pozza d’acqua profonda e azzurrissima, corredato da qualche roccione da cui tuffarsi; al largo dal caos della spiaggia, è comodo avere un’isola da raggiungere in qualche modo, che abbia un fondale ricco e colorato e, meglio, qualche buchetto tra le rocce, dove cercare colori perlacei e sentirsi dentro il rumore dei flutti; un buon campeggio dove le piazzole consentano lo stretto contatto con la natura (in molti campeggi, gli spazi sono tali che “lo stretto contatto” avviene solo con i vicini di tenda); poi occorre una lampada a petrolio per addormentarsi con un buon libro mentre i rumori del bosco fanno da sottofondo hi-fi.

costruzioni campeggio
Questo sarebbe poi diventata la doccia da campo
Da ultimo è necessaria una boscaglia a portata di mano dove raccogliere materiale “di arredo”: tronchi, rami e rametti mica li trovi al banco frigo dello spaccio sotto casa! (ovviamente non sto parlando di devastare un bosco: sto parlando di “ripulire” una boscaglia da ciò che madre natura ha già scartato e fatto precipitare rovinosamente a terra: si tratta di prendere ciò che è già a portata di mano e che può risultare di massima utilità; anche le pigne dei pini marittimi sono profumate e possono avere diverse funzioni; e le carrube, se assemblate con un po’di coreografia, sono ottime finiture ornamentali; non penso che abbiano altra utilità per nessuno, madre natura compresa: qualcuno ha mai risolto il quesito, diffuso tra i frequentatori della Liguria, “a che cosa servono le carrube?” Bo??).







costruzioni campeggio
Il primo "mattone" del tavolino sull'albero

Il tavolino di tronchi sull’albero è indispensabile per consentire ai figli di sopportare il peso dei compiti delle vacanze. E fanno pure a gara per salirci e usarlo! Poi c’è l’angolo della doccia da campo (il sacchetto nero che si appende e si scalda con gli UV) con tanto di appendini per gli asciugamani e portasapone intagliato. C’è la classica altalena, l’appendiabiti, il porta-masserizie e tutto quello che la creatività amalgamata con la funzionalità riescono a produrre, con ciò di cui la boscaglia non sa che farsene.




Tabur Jack II
La Tabur Jack II vista da fuori bordo
Io sono anche riuscita a recuperare una vecchia bagnarola (ha il tipico aspetto di un “tappo”, più che somigliare ad una “barca” vera e propria. Ma sta abbastanza a galla e questo è quello che mi serve). La “Tabur Jack II” (questo è il suo nome, inciso a grandi lettere nella plasticotta arancione) è la barchetta di Fantozzi: quella grigia e arancione, che l'intramontabile ragionier Ugo portava al mare, montata sul portapacchi, sopra al tetto della bianchina. La sua però aveva il motore, mentre la nostra ha un fazzolettone bianco che serve per andare con il vento. I miei figli chiamano il “cosone bianco” che sta a prua, pomposamente con il nome di “vela” (e tutto sommato, serve proprio a quello).

Bene, capita generalmente che da quelle parti, il vento spinga di traverso, parallelamente alla costa, in modo che sia comodo da sfruttare per raggiungere l’isola Gallinara; sembra fatto apposta sia per l’andata sia per il ritorno; e in alcuni giorni di vento forte ci si diverte come pazzi (è anche capitato che ci tradisse, calando di colpo e dovessimo elemosinare un passaggio al traino da qualche pescatore).

E da ultimo, il mio primo erede, appassionato di bike trial, trova che i massi del porto siano l’ideale per divertirsi a saltellare con la sue due ruote.


scogli
La produzione fotografica è gentile concessione della Pomella’s sons.
(solo loro sono capaci di mantenere il sangue freddo nei passaggi più difficili senza urlare e concentrandosi solo sul mirino; a me le foto vengono sempre mosse perché a vedere il mio bambino saltellare lì sopra mi viene una fifa blu e tutte le mie forze sono impegnate in un training autogeno, anziché nell’inquadratura giusta)
Insomma, ecco gli ingredienti per la mia vacanza ideale. Ed ecco perché ogni anno torno sempre lì.

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