mercoledì 8 gennaio 2014

DropBox, GoogleDrive e Bidibi-Bodibi-Bù

lunedì ufficio

Tutti gli anni, puntuale, dopo un periodo di vacanza ti piomba sulla scrivania il “macigno-sorpresa”: si tratta di un putiferio qualsiasi, purchè le sue dimensioni siano gigantesche, che ti serve per mettere in chiaro che le vacanze sono finite e tu sei catapultato nella crudele quotidianità.
Ieri: primo giorni di scrivania e avevo appena finito di aprire le dozzine di mail del rientro e ipotizzare il numero di caffè che mi avrebbero consentito di capire e ordinare tutte le scadenze impellenti. Avevo già l’animo rassegnato alla routine del pigia-tastismo, quando ad un certo punto si è spento tutto ed è defunto l’hard disk. Insieme al mio hard disk, ho dovuto dare l’estremo saluto anche a tutti i miei files di circa un anno a questa parte.
E quando dico questa cosa, tutti, con un risolino, mi spiattellano la tiritera dei back up, che ormai conosco a memoria, in tutte le versioni possibili: dalle più edulcorate con l’inclinazione della testa lievemente affranta, a quelle più acide che sottolineano la loro organizzazione impeccabile rispetto al mio guazzabuglio di vita.
Sono riuscita, questa mattina, con una buona intonazione della parola “Bidibi-Bodibi-Bù” a recuperare quasi tutto: ho frugato in rete, ho ravanato tra gli allegati delle mie mail, ho smosso polvere in tutte le mie nuvole più o meno informatiche… Ho perfino trovato qualcosa nei trash nascosti delle chiavette che avevo in fondo ai cassetti. E ho anche scoperto che Google Drive e Dropbox sono… ottimi “barattoli di conserva”, perfino per pasticcioni come me, che non mi sono mai presa la briga di installare decentemente una delle App che, automaticamente, salvano e organizzano tutto da sole.
Ora però ho un piccolo problema: ho migliaia di files, tutti piazzati in un'unica cartella “Download”. E molti di questi files, si chiamano “file.1”, “file.2”, “file.3”….
I resti del mio HD, assolutamente illeggibile in qualunque modo (visto che è a stato solido) giacciono negli scaffali della casa madre, come reperto statistico dei loro guai. E se penso che là dentro, c’erano pagine e pagine di appunti e riflessioni proprio sulla fault tolerance e sui rischi di guasto degli apparecchi elettronici, il mio stato emotivo subisce una specie di…forte padellata in testa!
Ora sono qui, sguardo perso, davanti a tutti quei files… L’attività è sempre la stessa: prendere qualche tisana rilassante, respirare a fondo e fissare attentamente la cartella “Download”, dunque cercare di mettere tutto a posto. Quando però provo a spostare qualcosa, rimango bloccata da un pensiero: “e se provassi a ipotizzare un senso di ordine ergonomico, definito decentemente una volta per tutte??” (in realtà erano mesi che mi ponevo il problema che, qui dentro, è impossibile trovare mai un tubo! Cercare un elefante o uno stuzzicadenti impegna le stesse manovre della ricerca del classico ago nel pagliaio). Questo pensiero, un po’paralizzante, ogni volta che metto mano a qualche spostamento “geniale” mi spinge a rimettere di nuovo tutto dentro la cartella Download e ripensare tutto daccapo.
Ho anche scartabellato in rete qualche buon suggerimento sulla parola “Ordine” (ivi compreso un’attenta analisi del catalogo Ikea), ma la parola “Ordine” rimane sempre un buco nero dentro il mio cervello. E….risuona-ona-ona-ona…
Al momento attuale ci sono svariate decine di “tentativi” di organizzazione ergonomica, tutti mollati a metà per intraprendere un’altra strada da capo, col risultato netto che, non solo ho una cartella “Download” con tantissimi file dal nome idiota “file.1”, “file.2”, “file.3”,… ma ho anche una specie di copia brutta di questo incubo, in tante cartelle il cui nome è “prova_ordine.1”, “prova_ordine.2”, “prova_ordine.3”…, col risultato netto che qualsiasi produzione nuova di altri files finisce immancabilmente nella cartella originale “Download”, ingarbugliando ulteriormente il mischione generale.
Insomma, un inferno: mi si sta cortocircuitando da solo il mio ultimo neurone rimasto. Peccato: era un buon neurone!
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